12/02/2012
La città agra
C’è una bellissima foto che ritrae Luciano Bianciardi in un supermercato. La foto non riesco a trovarla più, persa tra i collegamenti e le liste di link. E anche nel caso in cui la trovassi non credo di poterla utilizzare. Quindi ve la descrivo.
L’esperimento è complicato: descrivere un ricordo. Per di più “digitale”. Luciano Bianciardi, in maniche di camicia, alla fine di una lunga corsia di un supermercato, ai lati scaffali pieni di cibo, scatole varie, forse sulla sinistra frutta e verdura. Scrivo “corsie” perché il bianco e nero della foto, rovinata quanto basta, rende quel supermercato un luogo ospedaliero anche se nonostante gli sforzi non riesce a raggiungere l’asetticità necessaria. Un ospedale mancato, insomma. Forse c’è della gente che sceglie cosa comprare davanti ad uno degli scaffali, una di queste persone ha davanti a se un carrello della spesa. Lo scrittore ha lo sguardo che punta in alto, la bocca stretta, forse è sovrappensiero.
Luciano Bianciardi è morto nel 1971, ha scritto molto, ma non abbastanza (secondo me), è stato saggista, giornalista e traduttore. In “La vita agra”, pubblicato nel 1962 da Rizzoli, il protagonista, che a tutti gli effetti sembra essere Bianciardi - ovviamente depurato, ma ovviamente è lui, ma non è davvero lui, proprio in virtù di quei meccanismi letterari che permettono ad uno scrittore di mettere il proprio io in mano al lettore senza perdere il diritto di proprietà sulla propria anima - si trasferisce dalla provincia alla Milano del boom economico con intenti rivoluzionari. Sarà totalmente assorbito, però, anche per colpa del suo lavoro di traduttore integrato (Bianciardi lavorò come traduttore per i due Tropici di Miller, tra le altre cose), dalla vita, agra appunto, della grande metropoli, fatta di bollette, detrattori, problemi di salute, ansie, alienazioni e turbe del grande Boom.
"Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciasciuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrice automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda".
La città rumorosa, nauseante, dominata e governata da regole aziendali, luogo in cui tutto il proprio bagaglio provinciale di sogni e speranze, di volontà rivoluzionaria, finisce per scomparire, lasciando posto al susseguirsi dei “devo” e dei “dovrei”. C’è il prodotto della città dell’esplosione del boom, il prodotto “totale” perché ogni cosa è prodotto. Anche i libri su cui lavora il protagonista lo sono, creati ed immessi sul mercato editoriale per via della moda corrente.
In quella città il protagonista cercava la vendetta alla tragedia di Ribolla in provincia di Grosseto (luogo di nascita di Bianciardi), nella cui miniera della Montecatini morirono nel 1954 quarantatrè minatori. Il protagonista si sposta nella grande città non per fra crescere “le medie e i bisogni” ma per distruggere la grande torre di vetro e cemento, e tutto quello che c’è dentro, compresi gli uomini ormai avvelenati dalla modernità. Vendicare la tragedia della Maremma distruggendo il simbolo della direzione di quelle miniere, il “torracchione”. Fare esplodere il palazzo con il gas metano, che mischiato all’aria in determinate percentuali da vita al grisù, la miscela letale che uccise i minatori.
Ed il ricordo di Otello Tacconi, quello che “l’aveva mandato su”, e il suo sguardo che il protagonista teme, perché quando tornerà al suo paese sconfitto dalla città e dalla modernità, sarà costretto ad affrontarlo.
"E se ora ritorno al mio paese, e ci incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta [...]"
Ps:
Ho scoperto che quella fotografia è la coprtina di Bianciardi! libro e documentario di Massimo Coppola.
-.-.-.-.-
La vita agra - Luciano Bianciardi, Bompiani
Bianciardi! - Massimo Coppola, Isbn edizioni
L’esperimento è complicato: descrivere un ricordo. Per di più “digitale”. Luciano Bianciardi, in maniche di camicia, alla fine di una lunga corsia di un supermercato, ai lati scaffali pieni di cibo, scatole varie, forse sulla sinistra frutta e verdura. Scrivo “corsie” perché il bianco e nero della foto, rovinata quanto basta, rende quel supermercato un luogo ospedaliero anche se nonostante gli sforzi non riesce a raggiungere l’asetticità necessaria. Un ospedale mancato, insomma. Forse c’è della gente che sceglie cosa comprare davanti ad uno degli scaffali, una di queste persone ha davanti a se un carrello della spesa. Lo scrittore ha lo sguardo che punta in alto, la bocca stretta, forse è sovrappensiero.
Luciano Bianciardi è morto nel 1971, ha scritto molto, ma non abbastanza (secondo me), è stato saggista, giornalista e traduttore. In “La vita agra”, pubblicato nel 1962 da Rizzoli, il protagonista, che a tutti gli effetti sembra essere Bianciardi - ovviamente depurato, ma ovviamente è lui, ma non è davvero lui, proprio in virtù di quei meccanismi letterari che permettono ad uno scrittore di mettere il proprio io in mano al lettore senza perdere il diritto di proprietà sulla propria anima - si trasferisce dalla provincia alla Milano del boom economico con intenti rivoluzionari. Sarà totalmente assorbito, però, anche per colpa del suo lavoro di traduttore integrato (Bianciardi lavorò come traduttore per i due Tropici di Miller, tra le altre cose), dalla vita, agra appunto, della grande metropoli, fatta di bollette, detrattori, problemi di salute, ansie, alienazioni e turbe del grande Boom.
"Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciasciuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrice automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda".
La città rumorosa, nauseante, dominata e governata da regole aziendali, luogo in cui tutto il proprio bagaglio provinciale di sogni e speranze, di volontà rivoluzionaria, finisce per scomparire, lasciando posto al susseguirsi dei “devo” e dei “dovrei”. C’è il prodotto della città dell’esplosione del boom, il prodotto “totale” perché ogni cosa è prodotto. Anche i libri su cui lavora il protagonista lo sono, creati ed immessi sul mercato editoriale per via della moda corrente.
In quella città il protagonista cercava la vendetta alla tragedia di Ribolla in provincia di Grosseto (luogo di nascita di Bianciardi), nella cui miniera della Montecatini morirono nel 1954 quarantatrè minatori. Il protagonista si sposta nella grande città non per fra crescere “le medie e i bisogni” ma per distruggere la grande torre di vetro e cemento, e tutto quello che c’è dentro, compresi gli uomini ormai avvelenati dalla modernità. Vendicare la tragedia della Maremma distruggendo il simbolo della direzione di quelle miniere, il “torracchione”. Fare esplodere il palazzo con il gas metano, che mischiato all’aria in determinate percentuali da vita al grisù, la miscela letale che uccise i minatori.
Ed il ricordo di Otello Tacconi, quello che “l’aveva mandato su”, e il suo sguardo che il protagonista teme, perché quando tornerà al suo paese sconfitto dalla città e dalla modernità, sarà costretto ad affrontarlo.
"E se ora ritorno al mio paese, e ci incontro Tacconi Otello, che cosa gli dico? Sono certo che nemmeno stavolta lui dirà niente, ma quel che gli leggerò negli occhi lo so fin da ora. E io che cosa posso rispondergli? Posso dirgli, guarda, Tacconi, lassù mi hanno ridotto che a fatica mi difendo, lassù se caschi per terra nessuno ti raccatta [...]"
Ps:
Ho scoperto che quella fotografia è la coprtina di Bianciardi! libro e documentario di Massimo Coppola.
-.-.-.-.-
La vita agra - Luciano Bianciardi, Bompiani
Bianciardi! - Massimo Coppola, Isbn edizioni
Di Alessio Strazzullo il 12/02/2012 alle 14:18


